Le notizie che giungono dal Golfo accendono l’ottimismo del mercato e spingono l’appetito al rischio, penalizzando il dollaro che fa marcia indietro e torna ai livelli che aveva prima dello scoppio del conflitto.
La grossa novità che ha rincuorato i mercati è la riapertura temporanea dello Stretto di Hormuz, che ha contribuito ad attenuare le preoccupazioni sull’inflazione a breve termine. Lo stretto resterà aperto a tutte le navi commerciali per la durata del cessate il fuoco di 10 giorni.
Questa evoluzione degli eventi ha provocato una forte discesa dei prezzi del petrolio (oltre il 10%) spingendo così gli operatori di mercato ad aumentare le probabilità sui tagli dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve quest’anno.
I mercati ora prevedono una probabilità di circa il 50% di un taglio di 25 punti base fine anno, rispetto al 30% di giovedì. Questo dato è comunque inferiore alle precedenti aspettative di due tagli dei tassi che c’era prima del conflitto.
Dopo essere stato sorretto dagli scenari bellici (a causa della sua veste di bene rifugio, il dollaro continua a calare in questi giorni e oggi tocca i minimi dal mese di febbraio. Il scivola infatti sotto quota 98.
Il biglietto verde si è indebolito in particolare nei confronti del franco svizzero, del dollaro australiano, dello yen giapponese e dell’euro. Su base settimanale, l’indice del dollaro è in calo di circa lo 0,5%, avviandosi verso la terza settimana consecutiva di ribasso.
Nel frattempo gli indici azionari statunitensi hanno registrato un forte rialzo, mentre i rendimenti dei titoli del Tesoro si avvicinano ai minimi di un mese.

















