Mentre il mercato cerca di pesare le novità che giungono dal fronte della guerra in Medio Oriente, arriva un dato macro che sorprende in negativo e complica lo scenario: quello sul mercato del lavoro USA.
A febbraio l’economia statunitense ha perso 92.000 posti di lavoro, il dato peggiore in quattro mesi, dopo l’aumento di 126.000 posti di gennaio e contrariamente alle previsioni di una crescita di 59.000 unità.
Il tasso di disoccupazione è salito al 4,4% dal 4,3% del mese precedente, leggermente al di sopra delle aspettative del mercato (si avvicina il massimo quadriennale del 4,5%). Il numero di disoccupati è aumentato di 203.000 unità.
Intanto la retribuzione media oraria per tutti i dipendenti del settore privato non agricolo è aumentata dello 0,4% in un mese, in linea con il ritmo di gennaio e leggermente al di sopra delle previsioni di mercato dello 0,3%.
In teoria i numeri più deboli del previsto potrebbero spingere la FED verso i tagli dei tassi per stimolare l’economia. Tuttavia, i mercati valutano anche i rischi pro-inflazionistici derivanti dalla guerra in Iran, che invece riducono le prospettive di tagli dei tassi quest’anno.
Il dilemma è: la banca centrale USA potrebbe essere costretta a mantenere i tassi invariati nonostante i nuovi segnali di un mercato del lavoro più debole?
Il report sul lavoro ha spinto al ribasso il , che si riavvicina alla soglia di 99,00. Il biglietto verde sta chiudendo comunque una settimana molto positiva, con un guadagno che supera il punto percentuale, sostenuto dalla domanda di beni rifugio mentre l’escalation del conflitto in Medio Oriente e l’aumento dei prezzi del petrolio hanno destabilizzato i mercati finanziari.
Intanto il rendimento dei titoli del Tesoro USA a 10 anni è salito per la quinta sessione consecutiva al 4,17%, portando l’aumento settimanale a quasi 20 punti base, il balzo maggiore da aprile.

















