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La crisi in Medio Oriente spinge il dollaro. Index corre oltre 98,5

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Lo shock energetico è solo il primo passo, perché l’aumento dei prezzi dell’energia potrebbe ridefinire le politiche monetarie

L’escalation militare in Medio Oriente dà una spallata forte ai mercati, che tremano di fronte al pericolo di una nuova fiammata dell’inflazione e tornano a comprare il dollaro, che schizza sui massimi di un mese e mezzo.


Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran durante il fine settimana, uccidendo la Guida Suprema Ali Khamenei. Teheran ha risposto colpendo anche altri Paesi, sollevando così preoccupazioni su un conflitto più ampio.
Nel frattempo lo Stretto di Hormuz è praticamente chiuso al traffico, e siccome vi transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale, l’effetto rialzista sui prezzi è stato immediato.


L’aumento dei prezzi dell’energia è un fattore in grado di ridefinire le politiche monetarie. Così il dollaro, che fino alla settimana scorsa era condizionato dai dubbi sul percorso di politica monetaria della FED, è schizzato verso l’alto in qualità di bene rifugio e sui timori che l’inflazione possa crescere e spingere la banca centrale USA (e le altre) verso nuovi aumenti dei tassi di interesse.


Il è salito oltre i 98 lunedì, come non accadeva da gennaio. La valuta statunitense ha tagliato sia la media mobile a 200 periodi che quella a 50 periodi, e potrebbe presto attaccare i massimi di questo 2026 oltre quota 99,5.
La valuta a stelle e strisce guadagna ampio terreno contro tutti. In particolare, il cambio scende sotto quota 1,17 per la prima volta da gennaio.

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