Dopo giorni di calo il dollaro australiano riesce a frenare la discesa rispetto a quello americano, ma tuttavia il bilancio di questo mese di marzo rimane decisamente negativo (la peggiore performance da dicembre 2024) e il cambio resta attorno a minimi di 2 mesi.
Questo martedì è stato segnato da alcune notizie incoraggianti. Le indiscrezioni vorrebbero il presidente Trump propenso a porre fine alle ostilità in Medio Oriente, nonostante le continue tensioni nello Stretto di Hormuz. Il sentiment sul dollaro australiano è stato ulteriormente rafforzato dai dati PMI della Cina, principale partner commerciale, che mostrano come il settore manifatturiero abbia registrato a marzo la crescita più forte in un anno.
Restano tuttavia le preoccupazioni sull’inflazione legate all’escalation del conflitto in Medio Oriente, sottolineate dalla stessa RBA nei suoi verbali di politica monetaria. Secondo i membri dell’istituto sarà necessario un ulteriore inasprimento della politica monetaria, perché l’inflazione potrebbe raggiungere il 5% nel secondo trimestre se il prezzo del petrolio si manterrà intorno ai 100 dollari.
L’istituto australiano ha già effettuato due rialzi quest’anno, e i mercati prevedono una probabilità del 60% di un ulteriore aumento dei tassi a maggio, con circa 65 punti base di inasprimento aggiuntivo nel corso del 2026.
Sul fronte valutario, il cambio si è mantenuto intorno a 0,685, vicino al minimo degli ultimi due mesi. Il recente taglio della media mobile a 50 periodi ha inviato un messaggio ribassista al mercato, con il prossimo supporto attorno a quota 0,680 e il successivo a quota 0,676.
Nel frattempo il rendimento dei titoli di Stato australiani a 10 anni è sceso sotto il 5%, ma è rimasto vicino al suo massimo da luglio 2011.

















