Nessuna sorpresa giunge dalla Cina, dove la banca centrale non tocca i tassi di interesse e sceglie di supportare l’economia in modi alternativi. Ciò impedisce allo yuan di guadagnare altro terreno sul dollaro, malgrado il biglietto verde sia in netta difficoltà a causa della tensione con l’Unione Europea sul caso Groenlandia.
Nella riunione di gennaio, la Banca Popolare Cinese (PBoC) ha mantenuto i tassi chiave ai minimi storici per l’ottavo mese consecutivo. Il Loan Prime Rate (LPR) a un anno, riferimento per i prestiti a famiglie e aziende, è rimasto al 3,0%, mentre il LPR quinquennale, che è il punto di riferimento per i mutui, è rimasto al 3,5%. Entrambi i tassi sono stati ridotti l’ultima volta di 10 punti base a maggio.
Per dare uno stimolo economico, Pechino ha preferito una misura selettiva per sostenere le imprese private (giovedì scorso ha annunciato tagli ai tassi di interesse settoriali di 25 punti base, con effetto dal 19 gennaio) invece di tagliare i tassi di riferimento.
La decisione fa seguito al report sul PIL, che ha evidenziato una crescita in linea con l’obiettivo ufficiale del 5%, nonostante una persistente crisi nel settore immobiliare. Nel frattempo, i nuovi prestiti in yuan a dicembre sono stati significativamente più alti rispetto a novembre e hanno superato le aspettative di mercato, supportati da misure di stimolo governative volte a stimolare la domanda di credito.
Sul mercato valutario il cambio si è stabilizzato intorno a 6,96, ma resta comunque attorno ai minimi degli ultimi 32 mesi. Nell’ultimo anno la valuta cinese ha guadagnato oltre il 4% sul biglietto verde, mentre ha perso quasi l’8% rispetto all’euro.
Intanto il rendimento dei titoli di stato a 10 anni è sceso sotto l’1,83%, avvicinandosi al livello più basso dell’ultimo mese.

















