Arriva una doccia fredda dal report sull’inflazione negli USA. Le conseguenze della guerra nel Golfo si sentono eccome, visto che i prezzi al consumo sono cresciuti al ritmo più veloce dal 2023, mentre l’inflazione mensile è accelerata allo 0,6%. E tutto avviene mentre dal Medioriente non giungono segnali di pace.
Secondo il report del U.S Bureau of Labor Statistics, i prezzi al consumo sono aumentati del 3,8% su base annua ad aprile. L’inflazione core, che esclude alimenti ed energia, è aumentata dello 0,4% su base mensile e del 2,8% rispetto a un anno fa, superando le previsioni.
Parte dell’aumento è stato collegato a distorsioni nei calcoli degli affitti dopo la chiusura del governo del 2025, ma l’impatto lo sta avendo anche il conflitto in Medio Oriente, che ancora non vede progressi significativi nei negoziati con l’Iran (Trump ha affermato che il cessate il fuoco in corso è “in terapia intensiva“).
A causa dell’impraticabilità pressoché totale dello Stretto di Hormuz, le spedizioni globali di energia sono ferme e i prezzi del petrolio sono di nuovo in salita. Lo shock dell’offerta ha iniziato a influenzare misure più ampie di stress nelle catene di approvvigionamento, riaccendendo le preoccupazioni per le persistenti pressioni inflazionistiche e mantenendo le banche centrali caute sulla politica dei tassi di interesse.
Il mercato prevede che la Fed manterrà i tassi di interesse invariati per tutto l’anno, con una probabilità di circa il 27% di un aumento di 25 punti base a dicembre.
Così, mentre Wall Street fa marcia indietro dai massimi storici il mercato ha spinto verso l’alto il dollaro, cercato per la sua veste di bene rifugio. il è salito di nuovo oltre 98, riavvicinandosi alla media mobile a 50 periodi che agisce da resistenza.
E’ da oltre un mese che il biglietto verde non riesce a portarsi stabilmente oltre questo livello tecnico. Se dovesse farcela, poco sopra c’è un altro grosso ostacolo, ossia la media mobile a 200 periodi.

















