La nuova settimana comincia con altri ribassi per l’euro, che scivola verso 1,147 perché dal Medio Oriente continuano a non arrivare notizie confortanti, che possano far sperare in una rapida de-escalation.
Così i mercati restano in preda ai timori di una forte fiammata dell’inflazione e di prospettive economiche negative.
Le tensioni tra Iran e USA non mostrano segni di attenuazione. Trump ha paventato la possibilità di impadronirsi delle risorse petrolifere iraniane, compreso l’importante hub per le esportazioni dell’isola di Kharg. Intanto nel weekend gli attacchi missilistici delle forze Houthi yemenite contro Israele hanno alimentato i timori di un allargamento del conflitto.
Mentre i prezzi del petrolio hanno continuato a salire, raggiungendo nuovi massimi che non si vedevano dal 2022, gli investitori sono sempre più convinti che la corsa dei costi energetici e dell’inflazione potrebbe limitare il margine di manovra delle banche centrali e costringerle a un aumento dei tassi di interesse.
I mercati stanno così rivedendo le previsioni sulla politica monetaria della BCE, anticipando ora almeno due rialzi dei tassi nel 2026, e potenzialmente un terzo.
I dati economici hanno ulteriormente aumentato la pressione sull’euro: l’indice dei prezzi al consumo tedesco ha indicato un aumento dell’inflazione nella maggiore economia europea, mentre l’indagine sulle imprese dell’Eurozona ha mostrato un forte calo della fiducia a fronte di un’impennata delle aspettative di inflazione.
In questo contesto l’euro è scivolato verso il livello più basso da metà marzo, avviandosi verso un calo mensile di oltre il 2% contro il dollaro.
L’ sta viaggiando in discesa ininterrottamente dalla scorsa settimana, dopo che si era avvicinato alla media mobile a 200 periodi (che agisce da resistenza). Il prossimo supporto si può individuare sulla soglia di 1,14.

















