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L’ORO si riavvicina ai massimi di settembre. Ma ci sono anche dei RISCHI all’orizzonte

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Il Gold metal ha oscillato attorno ai 1500 dollari nelle ultime settimane, prima di rialzarsi nuovamente

Continua la marcia ondeggiante dell’oro attorno quota 1500 dollari. Il metallo pregiato durante l’ultimo mese (in cui ha guadagnato il 2% circa) è rimasto nei pressi dei massimi raggiunti a settembre (1.522), come se stesse “aspettando” il momento giusto per dare un nuovo assalto a quella quota. Insomma, il consolidamento delle ultime settimane potrebbe essere solo una fermata temporanea e non il capolinea del rally.

La spinta al prezzo dell’oro

A sostenere la quotazione dell’oro sono soprattutto tre fattori: i timori su un possibile raffreddamento dell’andamento economico a livello globale, il ritorno delle banche centrali a politiche accomodanti e infine il nuovo raffreddamento tra USA-Cina sulla questione commerciale.
A tutto questo si aggiunge il grande interesse verso il Gold metal da parte delle stesse banche centrali.

Per questi motivi diversi analisti sentiti da Thomson-Reuters ritengono che il prezzo dell’oro potrebbe arrivare a quota 1.600 dollari l’oncia nel corso dei prossimi 12 mesi.

Le minacce all’orizzonte

Malgrado la view complessivamente ottimistica da parte degli analisti, non mancano dei fattori minacciosi per l’oro.

In primo luogo il pericolo concerne il livello estremo di posizionamenti lunghi sull’oro. Insomma, più di così è difficile che si possa andare (men che meno con improvvise impennate), mentre la strada della discesa è spianata e basta solo il via.
In secondo luogo, occorre tener presente il possibile cambiamento della curva dei rendimenti Usa, a seguito della politica monetaria più accomodante della FED (che potrebbe renderla più ripida). Ricordiamo che l’inversione della curva dei rendimenti Usa a 2-10 anni, venne interpretato come segnale di possibile recessione, spingendo gli investitori verso gli asset rifugio.
Infine, bisogna tenere contro del calo della domanda fisica di oro, come conseguenza dell’indebolimento delle valute cinesi e indiane (i due paesi che da soli fanno il 60% di tutta la domanda fisica di oro, soprattutto per i gioielli).

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